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IL FUTURO È ANCORA UNA QUESTIONE UMANA

Un documento sul rapporto fra tecnologia, lavoro e persone. Si legge dall’alto verso il basso, come una posizione presa.

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Le macchine hanno già cominciato a occupare territori che per molto tempo avevamo considerato nostri: scrivono, traducono, calcolano, riconoscono immagini, attraversano quantità di informazioni che nessuna persona potrebbe leggere nell’arco di una vita, intervengono nell’organizzazione del lavoro e iniziano a modificare professioni che fino a pochi anni fa sembravano al riparo dall’automazione.

Sarebbe ingenuo considerare tutto questo come il semplice arrivo di strumenti migliori.

Ogni tecnologia abbastanza diffusa finisce per modificare l’ambiente umano che la accoglie. La fabbrica ha cambiato il rapporto con il tempo e con il lavoro; la televisione ha contribuito a uniformare linguaggi, desideri e immaginari; la rete ha trasformato l’accesso alla conoscenza insieme al modo in cui costruiamo identità, relazioni e consenso. Le tecnologie digitali stanno entrando ancora più in profondità, perché non agiscono soltanto su ciò che produciamo: partecipano sempre di più alla maniera in cui organizziamo il pensiero, distribuiamo l’attenzione, prendiamo decisioni e attribuiamo valore alle cose.

È dentro questa trasformazione che vogliamo stare.

Con entusiasmo, certamente. Anche con inquietudine, quando serve.

Perché accogliere il nuovo senza interrogarlo significa rinunciare in anticipo alla possibilità di orientarlo.

SVILUPPO E PROGRESSO HANNO PRESO STRADE DIVERSE PIÙ VOLTE NELLA STORIA

Una società può disporre di tecnologie più sofisticate e restare povera nella qualità delle proprie relazioni, nella distribuzione del tempo, nella capacità di immaginare un destino collettivo. Può diventare enormemente produttiva e continuare a consumare persone. Può accelerare ogni processo fino al punto in cui nessuno riesce più a comprendere davvero il processo di cui è diventato parte.

Pasolini aveva intuito qualcosa di essenziale osservando l’Italia della modernizzazione: quando cambia il sistema della produzione e del consumo, a cambiare non sono soltanto le merci. Cambiano i comportamenti, il linguaggio, i desideri, perfino ciò che una società considera normale. Una mutazione tecnica ed economica, quando diventa abbastanza profonda, si trasforma inevitabilmente in una mutazione antropologica.

Oggi quella mutazione attraversa il lavoro.

L’automazione entra negli uffici dopo aver attraversato le fabbriche; il software misura attività che un tempo sfuggivano alla misurazione; algoritmi e piattaforme distribuiscono compiti, valutano prestazioni, suggeriscono decisioni, comprimono tempi. Una parte crescente della conoscenza viene incorporata nei sistemi e, poco alla volta, attività che richiedevano esperienza personale diventano procedure riproducibili.

Questa capacità tecnica apre possibilità enormi. Porta con sé anche una responsabilità che non possiamo consegnare alla tecnica stessa.

Lo sviluppo misura ciò che siamo capaci di costruire.

Il progresso riguarda il tipo di vita che riusciamo a costruirci dentro.

Le due cose possono incontrarsi. Non accade automaticamente.

L’EFFICIENZA HA OCCUPATO TROPPO SPAZIO

Abbiamo costruito una cultura del lavoro nella quale quasi ogni miglioramento viene tradotto nella stessa lingua: più velocità, meno costi, più produzione, meno tempo necessario.

È una lingua utile. Diventa poverissima quando pretende di descrivere tutto.

Ci sono attività nelle quali impiegare meno tempo rappresenta un vantaggio evidente. Ce ne sono altre nelle quali il tempo è parte stessa del valore prodotto: imparare un mestiere, comprendere una persona, assumersi una responsabilità, immaginare qualcosa che prima non esisteva. Una conversazione può essere inefficiente e cambiare una decisione. Un dubbio può rallentare un processo e impedirci di commettere un errore. Una competenza costruita in vent’anni può apparire ridondante fino al giorno in cui serve davvero.

La logica tecnica tende naturalmente verso l’ottimizzazione e, quando questa logica diventa dominante, il mezzo più efficiente finisce facilmente per apparire anche come il mezzo preferibile. È così che uno strumento può smettere di essere soltanto uno strumento e diventare, quasi senza che ce ne accorgiamo, un criterio generale con cui organizziamo il lavoro, il tempo e perfino il valore delle persone.

Il rischio si vede già nel modo in cui parliamo del lavoro. Una persona viene descritta attraverso la produttività, una funzione attraverso gli output, un’ora attraverso ciò che riesce a generare.

Rimane fuori quasi tutto ciò che rende quella persona insostituibile.

  • L’esperienza accumulata
  • il giudizio che nasce dagli errori
  • la memoria di ciò che è già accaduto
  • la capacità di riconoscere una situazione prima che diventi un problema
  • il rapporto costruito con gli altri
  • l’intuizione che non entra in un foglio di calcolo

È difficile misurare queste cose.

Questo non le rende meno reali.

IL LAVORO CAMBIERÀ. DOBBIAMO DECIDERE CHE COSA SALVARE DEL LAVORO

Le grandi promesse dell’automazione sono sempre state accompagnate dall’immagine di una liberazione: meno fatica, meno ripetizione, più tempo disponibile.

Qualcosa, lungo la strada, si è inceppato.

Ogni aumento di produttività tende a generare nuove aspettative di produttività. Gli strumenti che permettono di lavorare più velocemente raramente ci fanno lavorare meno; molto più spesso alzano il numero delle cose che consideriamo possibile fare nello stesso intervallo di tempo. Abbiamo inventato tecnologie capaci di risparmiarci ore e abbiamo riempito quelle ore con nuove attività.

Con l’automazione del lavoro cognitivo questo meccanismo può raggiungere una scala diversa.

Se una parte delle attività ripetitive, amministrative o analitiche potrà essere svolta dalle macchine, dovremo stabilire che cosa fare dello spazio lasciato libero. Potremo saturarlo immediatamente, inseguendo un altro incremento di produzione. Oppure potremo finalmente riconoscere che esistono lavori nei quali la qualità dipende anche dal tempo concesso alle persone per pensare.

L’alienazione, oggi, non ha necessariamente il volto della catena di montaggio. Può assumere una forma più discreta: una sequenza di notifiche, metriche, procedure, automatismi e suggerimenti che, mentre promettono di semplificare il lavoro, finiscono per restringere progressivamente lo spazio del giudizio.

Una macchina può liberarci da una parte del lavoro.

Può anche abituarci a non saperlo più fare.

La differenza dipenderà dalle organizzazioni che costruiremo attorno a quelle macchine.

GLI STRUMENTI CAMBIANO ANCHE CHI LI USA

Ogni tecnologia ci consegna una capacità e, nello stesso momento, modifica il rapporto che abbiamo con quella capacità. La scrittura ha esternalizzato una parte della memoria; il navigatore ci permette di attraversare città sconosciute mentre ci rende meno necessario impararne la geografia; i motori di ricerca hanno messo una quantità sterminata di conoscenza a pochi secondi di distanza e hanno cambiato il modo in cui ricordiamo.

Adesso stiamo trasferendo agli strumenti attività più complesse: sintesi, analisi, produzione linguistica, elaborazione di alternative.

Il problema appare quando la delega diventa dipendenza e smettiamo di accorgercene.

Ogni estensione delle capacità umane può accompagnarsi a una perdita di sapere, perché ciò che affidiamo stabilmente a un dispositivo rischia di smettere di essere coltivato dentro di noi.

Non serve costruire una difesa romantica dell’artigianalità contro le macchine. Sarebbe una risposta debole a una trasformazione reale. Serve progettare strumenti che rendano le persone più capaci dopo averli utilizzati, non semplicemente più dipendenti dal loro funzionamento.

Una buona tecnologia dovrebbe lasciare qualcosa nell’essere umano.

Competenza.Possibilità.Tempo.

Una maggiore capacità di comprendere ciò che sta facendo.

Se alla fine del processo resta soltanto un utente più veloce, abbiamo guadagnato meno di quanto pensiamo.

LA POTENZA TECNICA CRESCE PIÙ IN FRETTA DELLA NOSTRA CAPACITÀ DI COMPRENDERNE LE CONSEGUENZE

Costruiamo sistemi sempre più complessi, inseriti dentro altri sistemi, con effetti che attraversano aziende, istituzioni, mercati e vite individuali. La distanza tra un gesto e le sue conseguenze cresce; contemporaneamente diventa più facile attribuire ciò che accade alla procedura, al modello, al software, alla piattaforma.

La responsabilità rischia di evaporare proprio mentre aumenta la capacità di agire.

Una società tecnicamente matura dovrebbe produrre l’effetto opposto: più aumenta la potenza degli strumenti, più deve diventare leggibile la responsabilità di chi li progetta, li introduce, li governa e decide quando utilizzarli.

  • 01

    Dietro un sistema esiste sempre un’organizzazione umana.

  • 02

    Dietro una procedura automatizzata qualcuno ha fissato una regola.

  • 03

    Dietro una metrica qualcuno ha scelto che cosa meritasse di essere misurato.

Anche l’automazione più sofisticata continua a poggiare su decisioni prese da persone, spesso molto prima che quelle decisioni mostrino i propri effetti.

Dimenticarlo sarebbe comodo.

Ed è precisamente ciò che dobbiamo evitare.

LA TECNOLOGIA POSSIEDE UN CORPO

Parliamo del digitale come se abitasse altrove.

Cloud, reti, intelligenza artificiale, dati: termini che evocano qualcosa di leggero, quasi privo di materia. Eppure dietro ogni servizio esistono infrastrutture, energia, minerali, edifici, cavi sottomarini, filiere produttive, lavoro umano.

L’apparente immaterialità del digitale poggia su una geografia concreta di risorse, interessi e potere.

Ogni innovazione ha un costo materiale, produce dipendenze, concentra alcune capacità e ne distribuisce altre. Stabilisce chi può costruire, chi deve acquistare, chi possiede l’infrastruttura e chi vi accede soltanto attraverso una licenza.

Il futuro digitale resta profondamente materiale.

E il potere continua ad avere proprietari.

Parlare seriamente di tecnologia significa guardare anche lì.

L’ESSERE UMANO RESTA IL PATRIMONIO DECISIVO

C’è un errore che rischia di accompagnare tutta questa trasformazione: osservare le prestazioni delle macchine e cominciare a giudicare gli esseri umani usando gli stessi criteri.

Una macchina non si stanca.

Una persona sì.

Una macchina può replicare lo stesso compito migliaia di volte.

Una persona perde concentrazione, devia, a volte sbaglia e a volte proprio dall’errore comprende qualcosa che prima non vedeva.

Se l’unico metro diventa la velocità di esecuzione, l’essere umano apparirà inevitabilmente difettoso.

È un metro sbagliato.

Le persone portano dentro le organizzazioni qualcosa che non coincide con la somma delle attività che svolgono: memoria, esperienza, relazioni, responsabilità, capacità di interpretare situazioni nuove e di riconoscere conseguenze che nessuna procedura aveva previsto. Portano anche conflitto, immaginazione, sensibilità verso ciò che sfugge alle categorie disponibili.

Tutto questo continuerà ad avere valore anche quando molte delle attività che oggi chiamiamo lavoro saranno svolte diversamente.

Probabilmente ne avrà di più.

  • 01

    Più aumenterà la capacità delle macchine di eseguire, più avremo bisogno di persone capaci di comprendere per quale ragione valga la pena eseguire qualcosa.

  • 02

    Più crescerà l’automazione, più conteranno il giudizio e la responsabilità.

  • 03

    Più strumenti avremo a disposizione, meno potremo permetterci di perdere la capacità di scegliere.

L’essere umano non può essere trattato come il residuo costoso di un sistema finalmente automatizzato. È il patrimonio senza il quale quel sistema perde la propria ragione di esistere.

IL FUTURO SI COSTRUISCE NEL PRESENTE

Nessuna tecnologia arriva nella società da sola. Viene finanziata, regolata, acquistata, introdotta nei luoghi di lavoro, accettata o rifiutata, modificata attraverso l’uso. Intorno a essa nascono abitudini e rapporti economici; alcune possibilità diventano normali, altre lentamente smettono di essere immaginate.

È così che una scelta storica, ripetuta abbastanza a lungo, finisce per apparire naturale.

Ed è proprio in quel passaggio che bisogna mantenere viva l’attenzione.

Quando smettiamo di domandarci perché utilizziamo uno strumento, quale comportamento incoraggia, quale competenza sostituisce, chi acquista potere grazie alla sua diffusione, abbiamo già ceduto una parte della nostra possibilità di governarlo.

Open Future Projects nasce dentro questo spazio.

Non per difendere il mondo com’era. Quel mondo aveva ingiustizie, sprechi, lavori insensati e strutture che meritavano di essere superate. Non proviamo nostalgia per la fatica soltanto perché era umana.

Ci interessa ciò che può venire dopo.

Una tecnologia capace di liberarci dalle attività che consumano tempo senza produrre esperienza. Organizzazioni nelle quali le persone dispongano di strumenti migliori senza diventare appendici dei propri strumenti. Un lavoro che utilizzi la potenza delle macchine e continui a riconoscere nell’intelligenza, nella responsabilità e nell’esperienza umana il proprio patrimonio più difficile da sostituire.

Il progresso tecnico continuerà.

Il significato che gli daremo resta nelle nostre mani.

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